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Un qualunque quotidiano straordinario

E che te lo dico a fare? Il giorno in cui spalanchi gli occhi e cominci a guardare, il mondo si tinge di ogni colore nato dall’ispirazione della fantasia più sfrenata. Non accade niente eppure tutto succede. Piccoli eventi. Semplici. A cui saremmo portati a dare una scarsa importanza o neanche a farci caso se non fosse per quel sorriso che sa nascere improvviso, quando, appunto, meno te lo aspetti. Come se niente fosse stamattina, una fugace fila, si è trasformata in un bizzarro stravolgimento di giornata. E mi sono sentita benedetta. La benedizione di non saper essere prepotente. Una coppia. Un uomo. Una donna. Lui, un paio di jeans abbondanti, una camicia di cotone, fuori dai pantaloni, i capelli radi e striati di bianco o grigio, non saprei ben definire. La pelle diafana. Ma quale diafana? Bianca. Bianca come il latte avariato. Lei, la pelle scura, abbronzata dal sole dopo una cura di “lampade invernali”. Un vestito attillato, a sottolineare ogni forma. Occhiali da sole inforcati, a nascondere la profondità degli occhi, due o tre cavigliere. Le unghie, di mani e piedi, lunghissime, quasi infinite e graffianti, di un rosso acceso. Vivo. Ma nella sua voce una prepotenza da commuovere. E sì perchè pensando che, al mondo, ci siano persone così non puoi far altro che commuoverti. Dovevano compilare un modulo. Ed io anche. Lui ha preso una penna e si è posizionato sull’unico ripiano presente nel bugigattolo dove eravamo stipati. Lei accanto a lui. Io? Mi sono avvicinata anche io al ripiano credendo che lei mi avrebbe fatto spazio. Errore. La donna mi ha guardata da sotto gli occhiali e non ha fatto cenno neanche a spostarsi di un millimetro. Ho compilato il modulo. Sembrava quasi una gara. Lei continuava a guardarmi di sottecchi ed io me la ridevo sotto i baffi. Ad un certo punto la donna dice al compagno, con fare deciso: “mi raccomando scrivi chiaramente”. Primi. Hanno finito. Lui ha finito di scrivere e si sono recati allo sportello preposto a raccogliere la loro richiesta. L’uomo, soddisfatto, ha consegnato il foglio. Lei lo ha rimbrottato un po’. All’improvviso l’impiegata gli ha chiesto conferma dell’indirizzo riportato sul modulo. Lui, secondo me, voleva sprofondare. Lei subito: “e meno male che te lo avevo detto di scrivere chiaramente”. Ho sudato freddo ma, sono stata felice, di non essere come quella donna. Sono uscita, finalmente, al sole di mezzogiorno. L’aria un po’ umida ma comunque piacevole. Ho sorriso e mi sono incamminata verso la mia auto. Volevo uno yogurt. No, capiamoci, non è che sono una patita dello yogurt, anzi. Però uno yogurt in casa ci sta sempre bene e ce n’è uno, sì uno solo, che mi piace. Non lo trovo quasi mai. Tranne che in un supermercato che si trova dalla parte opposta della città. Via, direzione yogurt. Sono arrivata nel parcheggio del supermercato. Ho scelto un posto a caso. Avrei voluto sceglierlo meglio per non dover fare manovre sotto il sole cocente nel momento in cui sarei andata via. Ma, alla fine, ho optato per un posto qualunque. Le macchine posizionate a lisca di pesce. Davanti a me altre auto. No, non sarei potuta uscire andando semplicemente avanti o forse sì. Lo avrei scoperto dopo. Sono entrata. Senza difficoltà ho trovato lo yogurt e anche due tavolette di cioccolato fondente al cocco. Mi sono diretta verso la cassa. Alla prima, una ragazzina stava discutendo con la mamma. Sono passata oltre. Al termine della fila, un cestello abbandonato pieno di prodotti, ma nessuno a custodirlo. Il signore davanti a me stava per pagare, allora, ho aggirato il cestello incustodito ma proprio in quel momento mi ha dribblata la “proprietaria” che senza dire una parola, è passata avanti e con aria arcigna ha posizionato i prodotti sul nastro trasportatore della cassa. Poi ha preso la barra “cliente successivo” e l’ha collocata dietro la sua spesa. Ho appoggiato lo yogurt e intanto continuavo ad osservarla. Lei non ha guarda in faccia nessuno. Ha pagato. “Carta”. “Dammi dieci sacchetti”. E solo nel momento in cui ho pagato io e ho cercato di uscire dalla fila, si è spostata, quasi infastidita e mi ha fatto passare. Gli occhi sempre a guardare non si sa cosa. “Pazienza” – ho pensato. Ho preso la mia spesa e sono andata via. Sono tornata al parcheggio e a questo punto è accaduta una cosa di una semplicità assoluta che però mi fa sorridere di cuore. Ho aperto lo sportello della mia peugeot. Sono entrata e ho guradato davanti a me. Non c’erano macchine. “E vai. Me ne posso andare senza fare manovre” – ho pensato, quando all’improvviso una corsa grigia si è collocata proprio davanti alla mia auto. “Uffa. Vabbè, ok faccio manovra”. E qua è accaduto l’impensabile. L’autista della corsa ha fatto retromarcia. Ha fatto manovra e si è spostata alla sua destra, lasciandomi lo spazio per passare. “Ma davvero sta facendo questo?” – ebbene sì. E’ sceso lasciando in auto due ragazze. Ho messo in moto e sono passata accanto all’auto, incredula. La ragazza di dietro dai luminosi occhi verdi mi ha guardata e mi sorriso con uno sguardo complice. Ho ricambiato il sorriso e sono andata via più leggera. Non ci posso credere. La gentilezza è ovunque, anche se troppo spesso le persone nascondo molte possibilità per paura di non si sa bene cosa. Ho continuato ad andare in giro e ho trovato un ingorgo che, non sempre è negativo, soprattutto se ti capita una macchina “scassata” di fronte e una bimba tutta arruffata che si perde con la testa fuori al finestrino. Le ho sorriso, per istinto. Lei mi ha guardata. Ha sorriso. A guidare, forse la mamma. La bimba ha detto qualcosa alla mamma, forse le ha raccontato che qualcuno le ha sorriso da un’altra macchina e … il sorriso reciproco è andato avanti. Basta poco, in fondo, nella vita di ogni giorno, a trasformare un quotidiano qualunque in un qualunque quotidiano straordinario.

(Testo di Giovanna Giaquinto)

La strada è degli artisti…

Mi capita di camminare, molto spesso, sovrapensiero per le strade della mia città. Ieri, come ogni giorno, attraversavo il centro, mentre la mia mente già vagava, non si sa in quale luogo incantato, quando, mi sento chiamare. A dire la verità, ho percepito qualcosa, ma non mi sono sentita davvero chiamare, quindi non so… Forse è stata solo una sensazione. Mi giro e vedo poco dietro di me, appoggiato su uno di quei grossi vasi che accolgono terra e piante decorative per la città, un uomo, dalla pelle abbronzata e i capelli protesi al grigio andante. Mi fa cenno di avvicinarmi. Immagino subito che voglia fare il “gallo” nel pollaio ma lo stesso mi fermo per capire dove voglia andare a parare. Torno indietro di qualche passo. “Tu passi spesso qui – mi dice”. Sì. “Mi conosci? – prosegue”. Che domanda. Ti conosco nel senso che quando passo ti vedo ma non mi sono mai fermata. Ti ho lasciato qualche sorriso, questo sì. A ben pensarci, forse, un sorriso va ben oltre la conoscenza. Vabbè, comunque. Continua il suo discorso. “Avevo un violino”. E questo lo so. L’ho visto suonare ai margini della strada con un cappello innanzi ai piedi a raccogliere monete. “L’altro giorno – racconta, riferendosi al violino – l’ho appoggiato un attimo qua, – e ha indicato il vaso – e sono andato lì al bar a prendere un poco d’acqua e quando sono tornato non c’era più”. Il primo istinto è stato: “no, questo non è giusto” e poi ho pensato: “a casa ho un violino. Quasi quasi glielo porto”. Poi, però, ascoltando il resto del discorso, il pensiero si è frantumato. Ha cominciato a farmi domande mirate e non nego che ho pensato mi chiedesse soldi per “ricomprare” il violino “volato via”. E invece no. “Che lavoro fai? – mi chiede”. E gli spiego che sono una giornalista. “E guadagni bene?” E questa direi che è una domanda difficile. Si fa sempre più spazio la tesi secondo cui voleva una cospicua offerta per comprare il violino. “Però, ci sa fare – penso”. Ma il problema è un altro. Lui non voleva soldi da me. Semmai voleva darmeli. Va bene, non fraintendete. Mi domanda “sei fidanzata?” ed io “no”. E lui “perchè?” – ma guarda se in un normalissimo lunedì di fine primavera mi tocca rispondere all’interrogatorio di un violinista senza violino, sulla mia vita sentimentale. Come si dice a Oxford “cos’e pazz”. “Perchè sto bene così”. Lui scuote la testa e mi fa, in uno stentato italiano: “no, non va bene. E come fai a fare l’amore?” Azz, altro che violino, comincio a capire dove vuole andare a parare. Però mi viene da ridere e nel frattempo mi immergo nei miei pensieri A quel punto gli giro la domanda: “e tu, sei fidanzato?” “No. Mi ha lasciato”. Mi guarda e prosegue “ma ci vuole una fidanzata”. E qua si potrebbe pensare “che tenero. Vuole una compagna per la vita”. “Qualcuna che mangia con me, che mi aspetta a casa, che mi prepara da mangiare, che lava … ”. E a questo punto mi mostra la camicia. E ripete: “che mangia con me”. “Ma io la mantengo”. Ecco, è un signore per bene. “Appena riesco a ricomprarmi il violino, non le faccio mancare niente”. Gli chiedo allora: “quanto costa un violino?” e lui: “a Napoli costa di sicuro meno, con cento euro lo compro”. A quel punto, lancio un’occhiata al cappello che ha davanti ai piedi e vedo qualche monetina. “Ah vabbè non manca molto”. Non volevo essere ironica, quanto piuttosto, mi faceva sorridere la situazione. Lui mi guarda e fa “Io cerco una ragazza seria”. E là sorrido “e ti pare facile? – penso”. Lui insiste a guardarmi e ammicca. “Io sto sempre qua, nel caso …” Aggiungo io “ok, se trovo una brava ragazza per te, la mando qua”. Non l’ho visto molto soddisfatto anche perchè a quel punto fa “Come ti chiami?”. “Giovanna, e tu?” – “Antonio”. “Antonio – insisto – di dove sei?”. E lui risponde “Rumeno, di Bucarest”. Con quella pelle così scura, non l’avrei mai detto. Mi allunga la mano. Ricambio. Ci stringiamo le estremità e il patto è fatto. Lui sorride. Lo saluto e riprendo il mio cammino. Guardo il cantiere in corso nella strada che sto attraversando e pensando che a breve inizieranno i lavori di rifacimento del manto stradale, mi sa che il suo “Io sono sempre qua”, fra poco sarà poco credibile. Non è facile, camminare in questo mondo. Su questo non ci sono dubbi. Quante persone esistono al mondo? Tante, troppe. Eppure, continuiamo a perderci nei nostri mondi personali, in quel pensieri che ci fanno assopire dinanzi a una vita che scorre veloce e di cui presto perderemo memoria. Eppure, basta così poco a raccontarsi. A raccontare e confrontare una vita. Qual è il tuo desiderio in questa vita? Oggi, di cosa hai bisogno? Ti senti solo? Tranquillo, non lo sei. Basta che alzi la testa e … (testo di Giovanna Giaquinto)

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Beautiful mind in a beautiful world

L' Aurora di Leyla

…a te che sei qui con me, confuso nel mio respiro, dove non esistono confini, dove ogni silenzio è musica.

Opinionista per Caso2

il mondo nella fotografia di strada di Violeta Dyli ... my eyes on the road through photography

Gli Amabili Libri

Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto. Io sono orgoglioso di quelle che ho letto.

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Come Si fA A SPIEGARE IL MARE A CHI VEDE SOLO ACQUA?

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Si finisce sempre per dare il bacio della buonanotte alla persona sbagliata. Arthur Bloch

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Spesso un treno é un teatro mobile.

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