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Fatti non parole, in “punta di piedi”

Ognuno di noi
vuole essere protetto
vuole essere capito
vuole essere amato
vuole essere abbracciato
vuole essere ascoltato
vuole essere parte
vuole esserci
ma talvolta è difficile
comprendere il silenzio
di un abbraccio alle spalle
quando le parole udite
non sono quelle che
vorremmo sentire
Fatti non parole
Perchè le parole fan rumore
I fatti fan calore
anche se in “punta di piedi”
Gg

Erano pezzi di vetro
sparsi sul nostro cammino
le nostre difese
lasciate sospese.

Fluida acqua che scorre
i nodi miei già si sciolgono
come neve d’estate
ma ti guardo tornare su letti di spine
le nostre parole lontane dal cuore
le nostre paure immotivate, congelate.

L’amore con te è come camminare
in punta di piedi senza potersi fermare
Ma sento il tuo calore forte
negli angoli buii delle tue stanze gelate
appesa al tuo respiro mi vedo cadere
per poi ritornare a sentirmi felice.

Ma la tensione che sento verso il tuo respiro
mi distoglie dal pensiero
di tutto ciò che abbiamo perso
e credo a volte di volere riparare
di poter ricostruire
tutto nuovo e un po’ diverso.

Ma sento il tuo calore forte
negli angoli bui delle tue stanze gelate
appesa al tuo respiro mi vedo cadere
per poi ritornare a sentirmi felice.

Mi fermo di fronte al tuo viso
tu che dormi disteso e non sai
di poterti affidare
di poterti fidare

di ME

Quel silenzio complice

Non siate superficiali. Indignatevi. E parlate. Il silenzio è complice. Gg

Quante storie ha da raccontare questo mondo. Ieri, ad esempio ho scoperto che …

Ieri ti ho incontrata per la seconda volta. Eri lì. Seduta sullo scalino di ingresso di un negozio. Ho stentato a riconoscerti. Avevi in mano i tuoi soliti foglietti. Le tue storie. Piccole tracce di fiabe narrate. Però la testa china. Sembrava non fossi in questo mondo. Ho pensato di avvicinarmi. In un primo tempo non l’ho fatto. A pochi passi, un uomo da capelli lunghi e grigi, appollaiato su uno sgabello, faceva scivolare le sue dita su una chitarra classica. Lo spartito su un leggio di fronte a sè e le sue mani che correvano veloci sulle corde di nylon dello strumento vivo come non mai. Lo avevo già incontrato poche ore prima. In via Mazzini. Le sua dita arrancavano sulle corde. Sono passata rapidamente. Mi ha stupita la lentezza dei suoi gesti. Ora in via San Giovanni, lo spettacolo era totalmente differente. E poi, lei. Sono ritornata sui miei passi. Mi sono avvicinata, cercando di scorgere i tuoi occhi? Eri tu oppure no? Man mano che mi avvicinavo, ho compreso che eri proprio tu. Eppure … Penso di averti fatto ombra. Ti sei accorta di me. Hai alzato la testa. Ho allungato la mano. Volevo mi dessi una delle tue favole. Non hai capito. Allora ho avuto la certezza che fossi altrove. Mi hai dato la mano. Ho guardato i tuoi occhi e ho chiesto “tutto bene?”. E lei “sì”. “Ho visto che eri con la testa abbassata …”. E lei “stavo ascoltando …”. Sì, il suono della chitarra l’aveva portata lontana. Finora l’ho incontrata sempre sola. Un giorno conoscerò la sua storia. Per ora, sono felice che le sue storie continuano a viaggiare per la città. Ho guardato il chitarrista e le ho detto “l’ho sentito prima a via Mazzini. Qui suona molto meglio”. E lei: “sì di là c’è troppo casino”. Vero. La musica ha bisogno del suo silenzio per poter cantare. Ho sorriso e ho ripreso a cammnare. Ho salutato lei, Giovanna e senza voltarmi ho pensato a quante persone contiene questo mondo e quante storie può raccontare. Tempo. Ci vuole tempo per procedere. Fermarsi. Ascoltarsi e raccontare.

Silenzio …

Silenzio ...

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